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Artiglieria Terrestre

Pubblicato sulla rivista Combat Arms Magazine numero 2 del 2016.

Il tenente ripose il binocolo in una tasca del gilet tattico. Quello che aveva visto non lo rassicurava per niente. L’obbiettivo da assaltare era un piccolo villaggio abbandonato durante la guerra. Il nemico lo aveva occupato creando una piccola base. Il perimetro era costellato da diverse postazioni rinforzate e dotate di mitragliatrici pesanti che coprivano l’area a 360°. Avrebbero fatto una strage tra i suoi uomini. Era necessario ammorbidire le difese prima dell’attacco. Per fortuna a circa venti chilometri di distanza era presente una batteria di obici semoventi PzH 2000. Quella era la potenza di fuoco che gli serviva.
Contattò il comando per richiedere il supporto dell’artiglieria e fornì le coordinate precise del villaggio, evidenziando i punti dove colpire più duramente. Quando chiuse la comunicazione si preparò a godersi i fuochi d’artificio. Passarono alcuni minuti prima che i primi proiettili cadessero sul villaggio. Tre obici avevano iniziato a sparare con la cadenza di 20 proiettili al minuto. I nemici cercarono di trovare un riparo prima di essere disintegrati. Le postazioni rinforzate furono martellate ritmicamente e ridotte in pezzi. Dopo quasi cinque minuti calò all’improvviso il silenzio. Fuoco e fiamme si levavano dalle macerie. Il tenente tornò a osservare la scena con il suo binocolo. Soddisfatto, diede l’ordine ai suoi uomini di attaccare. Era sicuro che ci fossero ancora nemici in zona ma grazie agli artiglieri il suo compito era diventato molto più facile.

La storia

Come altre Armi dell’Esercito Italiano, anche le origini dell’Artiglieria sono fatte risalire al periodo di regno dei Savoia. I primi pezzi d’artiglieria comparvero in Europa nel XIV secolo, trovando presto diffusione tra i vari Stati. Nel 1625 Carlo Emanuele I di Savoia istituì la Compagnia Bombardieri della Milizia. Fino a quel momento gli artiglieri facevano parte delle corporazioni dei mestieri. Entrare nella milizia non dava però lo status di appartenente alle forze armate. Gli artiglieri furono considerati tutti militari solo nel 1696. L’istituzione del Corpo Reale Artiglieria avvenne il 27 agosto del 1774.
Alla Prima guerra d’indipendenza parteciparono 11 batterie d’artiglieria. I cannoni si rivelarono troppo pesanti così Alfonso La Marmora, Ministro della Guerra, decise di adottare dei pezzi più leggeri. Nel 1855 tre gruppi d’artiglieria furono inquadrati nel Corpo si Spedizione in Crimea. La Seconda Guerra d’indipendenza vide impegnate 15 batterie da campagna e 2 a cavallo.
Il percorso che portò all’unità d’Italia permise al Corpo Reale Artiglieria di arricchirsi incorporando reparti appartenenti ad altri Stati pre-unitari. Il decreto del 17 giugno del 1860 sancì la creazione dell’Arma di Artiglieria dell’Esercito Italiano, forte all’inizio di 8 reggimenti.
La presa di Roma da parte del Regio Esercito, più nota come Breccia di Porta Pia, vide protagonista l’artiglieria. Alle 5.10 del 20 settembre 1871 il 7° Reggimento aprì il fuoco contro le mura che difendevano l’allora capitale dello Stato Pontificio. Dopo circa 900 colpi i bersaglieri poterono penetrare all’interno della breccia.
Il 23 dicembre del 1909 la Bandiera di guerra venne concessa all’Arma di Artiglieria. Mancavano pochi anni allo scoppio della Prima guerra mondiale. Al momento dell’entrata dell’Italia, l’Artiglieria era composta da 65 reggimenti (49 da campagna, 1 a cavallo, 3 da montagna, 10 da fortezza) oltre a 18 batterie someggiate e tre sezioni contraerei. Il materiale bellico messo in campo si rivelò inferiore a quello austroungarico sia per qualità che per quantità. Il tema dell’inferiorità dei mezzi valse anche per la Seconda guerra mondiale. L’Arma schierò 104 reggimenti suddivisi in varie specialità. Gli artiglieri italiani si ritrovarono ad utilizzare materiale bellico in buona parte obsoleto, in molti casi risalente addirittura alla Prima guerra mondiale. Dopo l’armistizio rimasero in servizio solo più 8 reggimenti, tra cui il 7° che aveva preso parte alla Presa di Roma.
Nel Dopoguerra l’Esercito Italiano fu riorganizzato e così anche l’Arma di Artiglieria. Nel 1975 i reggimenti furono sostituiti da Gruppi autonomi fino a un nuovo cambio di rotta negli anni 90’. Con il ritorno dei reggimenti si arrivò al 1999, anno in cui l’Arma fu articolata in due specialità: terrestre e contraerei.

Organizzazione

Dopo l’ultima riorganizzazione dell’Arma, avvenuta nel 2000, un reggimento di artiglieria terrestre è in composizione a tutte le Brigate dell’Esercito, ad eccezione della “Sassari”, della “Friuli” e dei Granatieri di Sardegna. A seguito l’elenco dei Reggimenti e le Brigate in cui sono inquadrati.
Reggimento Artiglieria Terrestre “a Cavallo” – Brigata “Pozzuolo del Friuli”;
1° Reggimento Artiglieria Terrestre (montagna.) – Brigata “Taurinense”;
3° Reggimento Artiglieria Terrestre (montagna) – Brigata “Julia;
8° Reggimento “Pasubio” – Brigata “Garibaldi”;
21° Reggimento Artiglieria Terrestre “Trieste” – Brigata “Pinerolo”;
24° Reggimento Artiglieria Terrestre “Peloritano” – Brigata “Aosta”;
132° Reggimento Artiglieria Terrestre “Ariete” – Brigata “Ariete”;
185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti “Folgore” – Brigata “Folgore”.
Il Comando Artiglieria, che ha sede a Bracciano (Roma), ha sia compiti addestrativi che operativi. Alle sue dipendenze si trovano il Reggimento Addestrativo, il 52° Reggimento Artiglieria Terrestre “Torino”, il 5° Reggimento Artiglieria Terrestre “Superga”, il 2°Reggimento Artiglieria Terrestre “Vicenza” e il 7° Reggimento Difesa NBC “Cremona.”
Il 41° Reggimento “Cordenons” e il 13° Battaglione “Aquileia”, in passato appartenuti all’Arma, sono attualmente inseriti nella Brigata “Rista IEW.”

Armamenti in uso

Obice da 155/39 FH-70; obice a traino meccanico entrato in servizio nell’Esercito alla fine degli anni ’70. È stato realizzato in consorzio tra Gran Bretagna, Italia e Germania. La gittata può arrivare fino a 30 Km ed è dotato di un motore Volkswagen che permette al mezzo piccoli spostamenti, come un cambio di schieramento. Può sparare fino a sei colpi al minuto. Equipaggia i reggimenti 1°, 2° e 3° oltre che il Reggimento Artiglieria Terrestre “a cavallo.” Ogni reggimento ha in dotazione 18 unità.
Obice da 105/14 M56; il pezzo è stato ritirato da alcuni anni ma merita una menzione poiché è stato utilizzato dall’Esercito per più di 50 anni. Progettato dalla OTO MELARA, l’obice ha una gittata di 10.5 Km. La sua più importante caratteristica è che si può scomporre in 13 pezzi permettendo anche il trasporto someggiato. Oltre all’Italia, in passato è stato utilizzato da paesi come Gran Bretagna, Germania e Francia. Oggi viene utilizzato ancora da una ventina di eserciti.
M 109 L; un obice semovente utilizzato da varie forze armate in tutto il mondo. È stato realizzato negli Stati Uniti dalla fine degli anni ’50. La versione L è stata prodotta in Italia dalla OTO MELARA. Il calibro è 155/39, la gittata massima di 30 Km. In un minuto è in grado di sparare fino a quattro proiettili. L’equipaggio è di 6 uomini mentre nella torretta possono essere stivati 28 proiettili. La velocità è di 60 Km su strada e 25 fuori strada.
M 270 MLRS (Multiple Launch Rocket System); lanciarazzi multiplo semovente costruito negli Stati Uniti e prodotto su licenza anche in Europa. I primi due MLRS furono consegnati all’Italia nel 1988, in seguito ne arrivarono altri venti. L’equipaggio è di tre uomini (pilota, cannoniere e comandante). Il lanciatore possiede dodici tubi di lancio in grado di sparare razzi da 227 mm denominati GMLRS (Guided Multiple Launch Rocket System). I proiettili, guidati dal GPS, garantiscono un elevata precisione sugli obbiettivi. Il mezzo è dotato di un sistemi automatici di caricamento e puntamento.
PzH 2000; obice semovente tedesco e prodotto su licenza in Italia dalla OTO MELARA. Il calibro è 155/52 con la capacità di sparare fino a 20 proiettili al minuto la cui gittata arriva fino a 40 km. L’elevato rateo di fuoco è permesso dal sistema di caricamento automatico che movimenta la riserva di 60 proiettili. La vita del cannone è stimata in 2500 colpi. L’armamento secondario è rappresentato da una mitragliatrice MG 42/59 da 7.62mm. L’equipaggio è di cinque uomini. La velocità massima è di 60 km su strada e 45 fuori strada.

Ormai da secoli l’artiglieria rappresenta un indispensabile ausilio alle attività della fanteria. Personaggi del calibro di Napoleone Bonaparte, formatosi proprio nell’artiglieria, ne compresero l’importanza cruciale. Agli uomini e donne dell’Artiglieria Terrestre dell’Esercito Italiano spetta il compito di mantenere vive le tradizioni dell’Arma rimanendo però proiettati verso il futuro.

Box 1 Battaglia del Solstizio

La festa di tutti i reggimenti d’artiglieria cade il 15 giugno per commemorare la Seconda battaglia del Piave che Gabriele D’annunzio denominò “Battaglia del Solstizio”. Il 1918 fu l’ultimo anno in cui si combatté la Prima guerra mondiale. L’impero Austro-ungarico era ormai prossimo al collasso. Nelle città iniziavano a scarseggiare i viveri. Su pressione degli alleati tedeschi decisero di organizzare una grande offensiva con lo scopo di penetrare fino nella Pianura padana, per impossessarsi degli approvvigionamenti italiani e costringerli alla resa. La forza messa in campo era di oltre sessanta divisioni.
L’attacco iniziò la mattina del 15 giugno. Gli austriaci riuscirono ad avanzare e ad attraversare in più punti il Piave, grazie anche alla costruzione di ponti e l’utilizzo di circa 1300 imbarcazioni. Il Regio Esercito resse l’urto anche grazie al lavoro dell’artiglieria che martellò senza sosta le posizioni nemiche. I ponti furono metodicamente distrutti arrestando l’avanzata austriaca. Dopo giorni di tentativi il generale Goinginger diede l’ordine di ripiegamento che iniziò nella notte tra il 21 e il 22 giugno. Molti soldati austriaci morirono nel tentativo di riattraversare il fiume il Piave, gonfio dalla pioggia caduta durante i giorni precedenti. Il 23 giugno iniziò la definitiva ritirata che decretò la fine delle mire espansionistiche dell’Impero Austro-ungarico in Italia.

Box 2 Artiglieria da fortezza

La Seconda guerra mondiale segnò il tramonto definitivo dell’artiglieria da fortezza. L’evoluzione delle tecniche per combattere resero obsolete le piazzeforti armate poste a difesa dei confini. Ne è un esempio il forte di Chaberton, detto anche “forte delle nuvole.”
Sul finire dell’ottocento, i vertici del Regio Esercito si accorsero che sul fronte occidentale il sistema fortilizio francese era più sviluppato. Si decise di porre rimedio costruendo un nuovo forte per proteggere il Colle del Monginevro. Il progetto prevedeva di costruire sulla vetta del monte Chaberton, a 3130 m di quota. A quell’altezza le batterie di artiglieria italiane sarebbero state più in alto di tutte quelle francesi in zona. Nel 1888 furono avviati i lavori sotto la supervisione del capitano Luigi Pollari Maglietta. L’impresa non era certo facile per i mezzi dell’epoca. Pollari seguì i lavori fino al 1908, anno in cui fu trasferito nel Nord-Est. L’allontanamento del capitano provocò un rallentamento nei lavori, che furono terminati solo nel 1914. Allo scoppio della Grande guerra la nuova costruzione era già obsoleta. Sul campo di battaglia erano comparsi aeroplani e artiglieria a tiro curvo. In ogni caso l’alleanza con i francesi permise di non doverlo utilizzare.
Il 10 giugno del 1940 il forte fu chiamato a supportare l’avanzata verso la Francia delle divisioni “Sforzesca” e “Assietta.” I francesi furono costretti a subire il fuoco nemico ma nel pomeriggio del 21 giugno, dopo diversi giorni di cielo nuvoloso, riuscirono a iniziare il bombardamento del forte utilizzando mortai da 280 mm. In poche ore distrussero o resero inutilizzabili sei torri su otto. Chaberton continuò a combattere con i due pezzi rimasti fino al 25 giugno, giorno in cui fu firmato l’armistizio tra Italia e Francia. Alla fine della guerra i cugini d’oltralpe ottennero l’annessione della vetta al proprio territorio. In seguito smantellarono il “forte delle nuvole.”

Alessandro Cirillo

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