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Normandia in tre giorni

Per un appassionato della Seconda guerra mondiale ci sono diversi luoghi che bisogna visitare. Tra questi c’è senza dubbio la Normandia, dove gli Alleati sbarcarono in forze il 6 giugno del 1944.
Per quanto mi riguarda è un viaggio che ho sempre desiderato fare ma che ho sempre rimandato. Vuoi per la mancanza di tempo, vuoi perché la mia povera moglie avrebbe rischiato di annoiarsi un bel po’. Il desiderio è rimasto nella lista delle cose da fare appena possibile per molti anni. Poi, un giorno, mi ritrovo a parlare con l’amico e collega Michele. Scopro che anche lui vorrebbe visitare i luoghi del D-Day.
“Certo che questo viaggio si dovrebbe fare senza le mogli” si scherza.
“Un momento! E se questo viaggio lo facessimo davvero?”
Così a metà maggio di quest’anno io e il buon Michele ci ritroviamo su aereo in partenza dall’aeroporto “Caravaggio” di Orio al Serio.
La mattina è ancora freschina, ma del resto sono le sei del mattino. Nubi dense e scure non lasciano presagire delle favorevoli condizioni meteo, ma la Normandia è distante. Speriamo che da quelle parti faccia bello.
Partenza in orario ed arrivo a Parigi dieci minuti in anticipo. Il tempo di noleggiare una macchina e il viaggio prosegue.
Il paesaggio scorre dai finestrini mentre ci avviciniamo alla meta. Quello che colpisce è la smisurata quantità di verde. Campi coltivati a perdita d’occhio e alberi che affiancano tutte le strade. I paesini sono deliziosi, le case in pietra hanno i caratteristici tetti a punta.
Dopo mezzogiorno raggiungiamo la prima tappa del nostro viaggio. Siamo a Merville-Franceville-Plage. Al margine di questo paesino nel 1944 sorgeva una batteria d’artiglieria protetta da una serie di bunker. La notte del 6 giugno 150 paracadutisti del 9° Reggimento britannico riuscirono a conquistare l’intera batteria, che minacciava un’ampia porzione di spiaggia dove sarebbe avvenuto lo sbarco. Al comando c’era il tenente Otway. Oggi il sito ospita un museo dedicato alla batteria. La prima cosa che si nota è un esemplare di aereo da trasporto C47 completamente restaurato. Prima di essere acquistato dal museo aveva servito nell’aviazione bosniaca. I bunker che ospitavano l’artiglieria sono ancora intatti e ben conservati. All’interno sono stati installati dei padiglioni museali che comprendono armi, uniformi ed altri cimeli di guerra. Numerosi sono i video in lingua francese e inglese. In uno dei bunker più grandi è stata ricostruita una postazione d’artiglieria. Ogni mezz’ora si avvia in automatico uno spettacolo di luci e suoni che simula l’attività degli artiglieri tedeschi.
Lasciato il museo ci spostiamo verso la spiaggia. L’abitato è delizioso e pulito anche se si vedono poche anime in giro. Sulla spiaggia ci sono i resti di altri bunker. Dopo aver mangiato qualcosa riprendiamo il viaggio verso Bayeux, che abbiamo scelto per alloggiare. Lungo la strada troviamo il ponte Pegasus, nome i codice dato dagli Alleati. Il ponte, che attraversa il fiume Orne, era stato conquistato dai paracadutisti inglesi la notte che precedette lo sbarco. Le truppe atterrarono poco distante con degli alianti.
Arrivati a Bayeux abbiamo giusto il tempo di registrarci all’albergo e posare i bagagli. La cittadina merita di essere visitata. Nei giorni che seguirono lo sbarco gli inglesi furono i primi ad entrare nell’abitato per ingaggiare i tedeschi. A ricordo esiste un cimitero dove riposano centinaia di soldati e marinai inglesi. Bayeux ha una splendida cattedrale in stile gotico, oltre che un museo che ospita il famoso arazzo di Bayeux. Dico famoso perché sono appassionato di storia. In realtà, raccontando la mia visita, ho constatato che molti non sapevano di cosa stavo parlando. Per chi si riconosce in quest’ultima frase, l’arazzo di Bayeux è una lunghissima tela (circa 70m) lavorata a mano che risale alla seconda metà del XI secolo. Attraverso una serie di pregiate miniature racconta la conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo “il Conquistatore” nel 1066. Oltre all’arazzo, il museo contiene molti cimeli di quell’epoca. Tra essi armature, armi e anche un’imbarcazione normanna.
Al termine della visita si è fatta ormai sera. Rimarrebbe ancora da visitare il museo dello sbarco, che si trova nei pressi del cimitero inglese. Siccome è ora di chiusura, non ci resta che rimandare all’indomani ed andare a cenare.
Al mattino si riparte. Prima tappa il paese di Saint-Mére Église. Il villaggio fu liberato dai paracadutisti americani della 82^a Aviotrasportata. Celebre l’episodio del soldato il cui paracadute si impigliò tra le guglie della chiesa. Rimase ore lassù ad osservare i furiosi scontri tra i compagni e i tedeschi. Il paese è sede del museo del paracadutismo. Apertura alle 9, ma io e Michele siamo già al cancello dieci minuti prima. Manco fossimo vecchietti in attesa davanti all’Ufficio delle Poste in attesa dell’apertura.
Il museo è molto interessante. Oltre l’ingresso troviamo subito un carro armato americano M4 Sherman (sembra che quasi ogni museo della Normandia ne abbia un esemplare). In un grande padiglione circolare c’è un diorama del generale Eisenhower circondato dai paracadutisti. Sullo sfondo un bell’esemplare di C47. Nelle vetrine altre armi, uniformi e oggettistica. Un altro padiglione contiene una sezione di carlinga di C47 in cui attraverso suoni e luci vengono ricreati i moventi precedenti ad un aviolancio. All’uscita del museo visitiamo la graziosa piazza del paese.
Ritorniamo alla macchina e ci spostiamo a Quineville. C’è un altro museo sullo sbarco che sorge dove c’era un bunker (ancora visitabile). Oltre ai vari cimeli, è degna di nota la ricostruzione della via di un paese della Normandia come appariva il giorno dello sbarco. Troviamo alcune botteghe, il salotto di una casa, i proclami delle autorità appeso ai muri. Il tutto è condito da effetti audio come il suono delle campane, il vociare degli abitanti o i passi di un gruppo di soldati tedeschi che echeggiano per la strada.
Per pranzo un panino veloce con l’immancabile baguette e si riparte. Scegliamo di percorrere la strada costiera. Troviamo i resti di un bunker sulla spiaggia. Noto che oltre la strada, c’è una proprietà privata dove sorge un altra struttura simile. Sembra che il padrone la utilizzi come deposito degli attrezzi agricoli. Questo fa capire come lo sbarco sia legato al DNA della Normandia.
Proseguiamo fino al monumento che ricorda il settore in cui sbarcò generale francese Leclerc con la sua 2e divisione blindèe. Anche qui si trovano una serie di bunker difensivi, tra cui alcuni ancora in buono stato. La sabbia della spiaggia ha inghiottito alcuni tratti delle strutture. L’intera zona è visitabile liberamente.
La tappa successiva è Utah Beach. Si nota subito la presenza di molti americani in visita. Un bel monumento ricorda i caduti nel tentativo di occupare la spiaggia. C’è anche un mezzo da sbarco posizionato davanti all’accesso che porta alla spiaggia. Devo ammettere che fa un certo effetto vedere il tratto di mare tranquillo da cui proviene una fresca brezza, la sabbia fine costellata di conchiglie, la vegetazione che cresce sulle dune antistanti la spiaggia. Un oasi di pace in netto contrasto con le caotiche immagini dello sbarco che giungono dai documentari in televisione o dalle sanguinose scene di molti film americani. Lasciamo la spiaggia e torniamo alla macchina. Avremmo voluto visitare anche il museo di Utah beach ma per mancanza di tempo dobbiamo rinunciarci.
Andiamo ancora avanti, la giornata non è ancora finita. C’è ancora Pointe du Hoc, una ripida scogliera sulla cui sommità sorgeva una batteria di cannoni tedesca. I ranger del 2° battaglione riuscirono a scalarla e a occupare la postazione al prezzo di molto sangue versato. Quando raggiunsero la cima, scoprirono che i cannoni erano stati spostati nell’entroterra. Li trovarono per caso, ad alcuni chilometri di distanza, dopo aver scacciato via i tedeschi dai bunker. Distrussero i cannoni e dovettero resiste ai feroci contrattacchi tedeschi. La loro impresa fu a dir poco epica. A Point du Hoc ci sono ancora i bunker che i tedeschi utilizzarono per mettere in atto la strenua ma inutile resistenza. Colpisce vedere che ci sono ancora i crateri scavati dalle bombe sganciate dagli aerei prima dell’assalto. Dalla cima della scogliera si gode un panorama mozzafiato.
Torniamo in macchina e ci lasciamo alle spalle Pointe du Hoc. Raggiungiamo Colleville-sur-Mer. Qui ci sono due luoghi da visitare. Innanzi tutto il cimitero americano. Per intenderci è quello in cui è stata girata la scena iniziale di Salvate il soldato Ryan. È doveroso soffermarsi davanti a quelle migliaia di croci bianche e silenziose, tutte allineate come soldati in formazione.
Poco distante dal cimitero c’è un altro museo, anch’esso ricco di materiale tra cui un paio di carri armati Panzer V.
Si è fatto tardi e dobbiamo tornare a Bayeux. Dal giorno prima abbiamo lasciato in sospeso il museo dello sbarco. Riusciamo a passarci un’oretta prima che ci caccino quasi a pedate per la chiusura.
La giornata è stata faticosa. Dopo la cena andiamo a dormire presto. Al mattino carichiamo in macchina i bagagli e ci dirigiamo verso l’ultima tappa da visitare prima della partenza. Raggiungiamo Longuer-sur-Mer, un piccolo paesino di campagna. Qui troviamo i resti di un’altra batteria di artiglieria tedesca. Durante il D-Day sparò circa 170 colpi. Due navi inglesi la cannoneggiarono per tutta la giornata disabilitando tre cannoni su quattro. Verso sera fu catturata dagli inglesi. Il sito è libero e gratuito. Prati verdi si estendono in ogni direzione. Nell’area si trovano quattro bunker e un edificio di controllo del tiro. Il primo bunker si presenta semidistrutto e con i resti di uno dei cannoni navali da 152 mm. Le rimanenti strutture sono invece intatte e in buono stato di conservazione. Stupisce il fatto che sono ancora installati i cannoni originali. Fa impressione vederli silenziosi e innocui. Uno di essi è addirittura puntato in alto, come se dovesse sparare da un momento all’altro. Più arretrato c’è l’edificio di controllo al tiro. Vorremmo entrare ma il pavimento è ricoperto da uno spesso strato di fango. Siccome non siamo parenti di Peppa Pig ci rinunciamo (chi ha figli piccoli capirà di cosa parlo).
Torniamo alla macchina soddisfatti. Abbiamo perso un po’ troppo tempo e bisognerà correre un po’ ma ne è valsa la pena.
Certo, tre giorni sono pochi per visitare la Normandia. Avremmo visitato volentieri altri siti come Arromanche- Sur-Mer e il suo porto artificiale, il cimitero di La Cambe dove riposano 26000 soldati tedeschi, la città di Caen e molto altro. Dobbiamo farci bastare questi tre giorni, almeno per ora. Sono sicuro che tornerò in questi luoghi, magari con mia figlia se erediterà la mia stessa passione.

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