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Polizia Penitenziaria

Pubblicato sulla rivista Combat Arms Magazine numero 1 del 2018

La pioggia picchiettava sulla lamiera del furgone e scivolava verso il basso lasciando delle piccole scie d’acqua. Un suono monotono e costante che si insinuava nelle orecchie degli occupanti. Di tanto in tanto, le ruote transitavano su un dosso o su una buca nell’asfalto, facendo sobbalzare il mezzo.
L’uomo sollevò lo sguardo dal pavimento metallico. Nell’ultimo quarto d’ora aveva fissato un pulviscolo di polvere, quasi come se da quello dipendesse la sua vita. I suoi occhi incrociarono quelli di uno degli agenti che lo scortavano. Uno sguardo fiero ma anche affaticato, come testimoniavano le profonde occhiaie. L’uomo si chiese il perché. Accusava i sintomi di una malattia? Magari aveva problemi in famiglia? Oppure si trattava proprio di stanchezza? Passarono altri cinque minuti di curve e sobbalzi prima che il furgone si fermasse. Sentì l’autista parlare con qualcuno e poi il rumore di scorrimento metallico. Un cancello, forse. Il furgone riprese la marcia andando a velocità ridotta. Un minuto dopo si fermò del tutto.
“Siamo arrivati” annunciò l’agente dall’aria stanca.
Il portellone posteriore fu aperto lasciando entrare una folata di aria fredda. L’uomo si alzò dal sedile, le manette che aveva ai polsi tintinnarono. Un agente lo aspettava a terra, per fortuna aveva un ombrello. L’uomo ci si riparò sotto. Intorno a lui altri agenti. Alzò lo sguardo e si ritrovò ad osservare il grigio casermone che si stagliava verso il cielo carico di nuvole. Meno di un ora prima, un giudice attempato aveva stabilito che avrebbe vissuto lì per i prossimi anni. Tra quelle mura ci sarebbe stato di certo il tempo per ripensare ai suoi errori e, forse, a trovare un modo per ricominciare a vivere.

La storia

Proprio quest’anno è stato festeggiato il duecentesimo anniversario dall’istituzione del Corpo di Polizia Penitenziaria. L’avventura iniziò il 17 marzo del 1817 quando, nel Regno di Sardegna, fu iscritto nelle Regie Patenti il “Regolamento della Famiglia di Giustizia.” Fu il primo atto che definì in modo chiaro le carceri dei territori sotto il controllo dei Savoia. L’organizzazione prevedeva la suddivisione in sette classi che dipendevano dal numero di addetti in servizio presso le strutture. A capo di ogni carcere c’era un ispettore incaricato di vigilare sull’operato del personale. Era inoltre tenuto a frequenti visite presso la struttura per constatare il suo regolare funzionamento.
Dopo l’Unità d’Italia si cercò di uniformare i vari sistemi penitenziari degli ex Stati. Al termine del riordino, nel Paese erano presenti cinque tipi di strutture. I bagni penali, luoghi dove i detenuti erano costretti a lavorare, dipendevano dal Ministero della Marina e di Custodia (dal 1866 passarono al Ministero dell’Interno). C’erano poi le carceri giudiziarie, le case penali, le case di segregazione e le case di custodia, tutte sotto il controllo del Ministero dell’Interno.
Nel 1861 la Direzione Generale sostituì l’Ispettorato Generale (esistente dal 1849). L’ispettore generale Giuseppe Boschi ricoprì per primo la carica di direttore generale (dal 1861 al 1870).
Il 1871 vide l’unificazione tra il personale amministrativo e quello di custodia. La presa di Roma portò, oltre ad una nuova capitale, anche all’assorbimento del sistema carcerario pontificio.
Un’importante riorganizzazione delle carceri italiane si ebbe nel 1873. Si istituirono nuove qualifiche e furono adottate nuove terminologie. Ad esempio, il guardiano divenne una guardia carceraria. Lo status militare delle guardie carcerarie le assoggettava ai regolamenti militari in caso infrazioni e mancanze.
Fino al 1922 non si videro grandi riforme nel sistema carcerario. In quell’anno la direzione generale fu trasferita dal Ministero dell’Interno a quello di Giustizia. Il Regolamento del 30 dicembre 1937 riordinò ancora le carceri italiane. Detto regolamento rimase in vigore, seppur con diverse modifiche, fino al 1990. Nel Dopoguerra le guardie carcerarie, rinominate agenti di custodia, ricevettero l’attribuzione di pubblico ufficiale.
Il 15 dicembre del 1990 furono creati il Corpo di Polizia Penitenziaria e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. La nuova riforma introdusse importanti novità. Oltre alla smilitarizzazione del settore, fu introdotto il principio secondo cui il lavoro degli agenti di polizia penitenziaria non si limitava più solo a garantire la sicurezza delle strutture. Gli operatori entravano direttamente nel processo di rieducazione dei detenuti. Altra storica svolta è stata la possibilità di inserire in organico anche personale femminile.

Attività principali

Le attività del Corpo sono varie e complesse. Il compito principale è quello di garantire l’esecuzione delle misure privative della libertà personale, occupandosi di mantenere l’ordine all’interno degli istituti. Gli agenti sono incaricati anche del trasporto dei detenuti e del piantonamento nel caso gli stessi debbano essere ricoverati presso strutture sanitarie. Come già accennato, gli agenti entrano nel processo rieducativo dei detenuti. Oltre a tutto questo, c’è la possibilità di essere chiamati per operazioni di ordine e sicurezza pubblica oppure di pubblico soccorso.

Organizzazione

In cima alla piramide organizzativa c’è il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, a sua volta alle dirette dipendenze del Ministero di Giustizia. Per svolgere al meglio la propria missione, il Corpo di Polizia Penitenziaria dispone di vari dipartimenti specializzati in determinati servizi. Il Nucleo Traduzioni e Piantonamenti (NOTP) si occupa degli spostamenti di detenuti, oltre che la sorveglianza degli stessi quando si trovano fuori dagli istituti. Le strutture carcerarie sono dei microcosmi, ragion per cui occorre essere dotati di reparti addestrati a far fronte a diverse situazioni. Ne sono un esempio il Nucleo Investigativo Centrale (NIC) e il Nucleo Cinofili antidroga. Il NIC è preposto ad indagare in caso di crimini avvenuti all’interno degli istituti. Le unità cinofile sono utili alla scoperta di eventuali traffici di droga tra la popolazione carceraria. Gli spostamenti su strada, via mare e per via aerea sono gestiti dal Servizio di Polizia Stradale, il Gruppo Operativo Navale e dai Nuclei Aeroportuali.
Gli agenti di polizia penitenziaria si occupano anche di scorta VIP (ad esempio funzionari del Ministero della Giustizia) e di vigilanza di strutture come i tribunali. Di queste attività sono incaricati il Gruppo Operativo Scorte e l’Ufficio per la Sicurezza Personale e Vigilanza (USPEV). Il coordinamento delle molteplici attività del Corpo avviene tramite alcuni reparti regionali e nazionali. Ricordiamo il Nucleo Operativo Regionale (NOR), la Centrale Operativa Nazionale (CON) e le Centrali Operative Regionali (COR). La logistica delle comunicazioni è gestita dal Servizio Telecomunicazioni (TLC).
Esiste anche un’unità speciale addestrata ad operare in situazioni rischiose. Si tratta del Gruppo Operativo Mobile (GOM). Tra i compiti principali c’è la custodia e il controllo di detenuti pericolosi (quelli in regime 41 bis.) Il GOM può anche venire chiamato a ripristinare l’ordine in caso di rivolte all’interno delle strutture carcerarie.
Come ogni Corpo che si rispetti, anche quello penitenziario è dotato della propria Banda Musicale e dei gruppi sportivi, tra cui una squadra di calcio.
Per entrare nel Corpo di Polizia Penitenziaria occorre superare un concorso bandito dal Ministero di Giustizia. I candidati ritenuti idonei frequenteranno un corso di durata variabile in base alla qualifica. Una volta dentro, ci sono diverse specializzazioni alle quali aspirare. Ad esempio chi è molto capace con le armi da fuoco potrà ricoprire il ruolo di Istruttore di tiro o armiere. Nel campo dell’investigazione si può fare carriera nel NIC, magari diventando tecnico laboratorio DNA. Gli esperti di computer possono lavorare tra gli informatici. Una figura delicata è l’addetto ai detenuti minorenni. Tra le altre specialità si può scegliere il Servizio Navale, la Polizia Stradale, il NOTP, l’USPEV o il GOM. C’è anche il ruolo di matricolista, ovvero l’incaricato di immatricolare e scarcerare i detenuti, oltre che tenere sempre aggiornate le informazioni sulla posizione giudiziaria. Specialità curiosa è il Servizio a Cavallo. Gli operatori sono utilizzati in zone rurali come le colonie agricole di Is Arenas e Mamone.

Come avete potuto leggere il Corpo di Polizia Penitenziaria è una realtà complessa e in continua evoluzione. Il problema del sovraffollamento delle carceri italiane rende la gestione da parte del personale decisamente più difficile. A questo si aggiungono le ormai croniche carenze di personale. Un’altra componente da non sottovalutare è la multiculturalità all’interno della popolazione carceraria. Nazionalità diverse, lingue diverse e religioni diverse. A proposito di religione, una nutrita componente di detenuti professa la religione islamica. Una delle preoccupazioni è il rischio di radicalizzazione di alcuni detenuti. Proprio per questo motivo l’attenzione è sempre alta. In tempi recenti un nucleo di agenti ha completato il primo corso di lingua araba. Le competenze saranno utili per monitorare comportamenti sospetti, ma anche per aiutare l’integrazione (ci sono detenuti che spiccicano appena due parole di italiano).
Da non dimenticare anche il contesto in cui operano gli agenti di polizia penitenziaria. Ci sono personaggi pericolosi affiliati alla criminalità organizzata che, nonostante la restrizione delle libertà, riescono a mantenere una certa influenza. Alcuni detenuti sono in grado di mettere in atto pressioni e minacce agli agenti.
Duecento anni di storia, di lavoro e sacrificio hanno segnato il Corpo di Polizia Penitenziaria. Una specialità di cui non si parla spesso ma alla quale i cittadini debbono molto.

Box 1 Istituti penitenziari e detenuti

In generale, più o meno per tutti, una persona che commette un reato viene arrestata e finisce in carcere. Nella realtà esistono delle distinzioni tra gli istituti di pena e i detenuti. Innanzi tutto c’è una fondamentale separazione tra gli imputati, ai quali è stata contestata la condizione di reato, e i condannati, ovvero chi ha subito la condanna definitiva. A loro volta gli imputati si dividono in giudicabili, appellanti o ricorrenti (l’appartenenza a queste categoria dipende dal grado di processo che devono affrontare). I condannati sono suddivisi in arrestati (condannati per pena arresto da 15 giorni a 3 anni) reclusi (condannati per pena reclusione da 15 giorni a 24 anni) ed infine ergastolani. Gli internati sono invece soggetti sottoposti a misure di sicurezza detentive (individuate nei numeri 1,2,3 primo capoverso art.215 del Codice Penale). Si tratta di soggetti ritenuti socialmente pericolosi che si cerca di recuperare attraverso una serie di iniziative, allo scopo di prevenire la possibilità di recidiva.
Gli istituti per le misure di sicurezza detentive sono le colonie agricole, le case di lavoro e le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Nei primi due tipi di istituti il lavoro è fondamentale per il processo rieducativo. Le REMS, invece, hanno preso il posto degli ospedali psichiatrici e delle case di cura e custodia.
Le case circondariali sono istituti che ospitano imputati, fermati (soggetti sottoposti a fermo di polizia) detenuti in transito, arrestati e reclusi con pena residua inferiore a 5 anni. Gli altri reclusi espiano la loro pena nelle case di reclusione.

Box 2 GOM

Il Gruppo Operativo Mobile rappresenta l’élite del Corpo di Polizia Penitenziaria. Istituito nel 1997, ma operativo dal febbraio del 1999, svolge diversi servizi ad alto rischio. In un certo senso il reparto segue le orme del Battaglione Mobile (operativo tra gli anni settanta e ottanta) e dello SCOPP (creato negli anni novanta) per garantire i processi a carico di esponenti della criminalità organizzata. A tal proposito, in quegli anni la mafia siciliana era al culmine della sua potenza, tanto da attaccare lo Stato in maniera diretta. La risposta arrivò con una lunga serie di arresti e l’istituzione del regime carcerario duro (il cosiddetto 41 bis). Purtroppo, anche in carcere i detenuti di spicco conservavano una certa influenza. Basti ricordare l’agente Giuseppe Montalto, ucciso nel 1996 a Palermo per essersi scontrato con la mafia.
La creazione del GOM fu necessaria proprio per dotare la Penitenziaria di un reparto addestrato ad operare in contesti pericolosi. Tra i compiti del GOM ci sono le traduzioni e i piantonamenti di detenuti pericolosi, oltre che la loro custodia. Gli uomini del GOM sono preparati anche a intervenire per ripristinare l’ordine negli istituti a seguito di fatti come rivolte. Il GOM è articolato su dodici Reparti Operativi dipendenti dalla sede centrale di Roma L’organico è quantificato tra i settecento e ottocento elementi che prestano servizio nei Reparti Operativi cambiando sede ogni quadrimestre. Esiste anche un Reparto di Pronto Impiego in grado di attivarsi in breve tempo nei casi di emergenza.

Alessandro Cirillo

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